Teatro dell’Oppresso: le principali sfide

Credo che il Teatro dell’Oppresso dovrebbe trasformarsi in una comunità, perché non è ancora una comunità.

Ci sono tante persone che lo praticano insieme il teatro dell’Oppresso. Ma ci sono ancora dogmi e strutture. Non vogliamo superare i nostri schemi, non vogliamo, in realtà, rivedere, riesaminare i nostri pensieri, le nostre idee e le nostre pratiche attraverso per includere il punto di vista delgi altri

Questo è un problema molto presente. Anche se voglio creare uno spazio di dialogo, spesso questo avviene solo tra i praticanti (di Teatro dell’Oppresso).

Credo che un vero dialogo non sia presente all’interno del Teatro dell’Oppresso, se non in maniera sporadica. Se non usciamo dai nostri dogmi non saremo in grado di trasformarci in una comunità.

E se non riusciamo a diventare una comunità perderemo la nostra forza. Il teatro dell’Oppresso sta perdendo gradualmente la sua forza, la sua forza politica. Questo avviene perché siamo sempre più individualisti e competitivi. Il nostro ego è sempre più grande.

Naturalmente questo stato di cose ci impedisce di essere uniti. L’azione politica all’interno del Teatro dell’Oppresso si sta diluendo. Il Teatro dell’Oppresso assomiglia ogni giorno di più a un teatro per lo sviluppo. Mi riferisco allo sviluppo così come è concepito dal sistema.

Per diventare un vero movimento di teatro politico, innanzitutto dobbiamo concepire le differenze come punti di forza. Dobbiamo sviluppare la tolleranza e l’accettazione, essere meno competitivi, lì dove l’economia neoliberale ci spinge ad essere competitivi proprio quando ci sentiamo deboli.

Possiamo prendere coscienza del sentimento di debolezza quando siamo in competizione. Se ne prendiamo coscienza avremo già compiuto un passo avanti per comprendere che questo modello economico ci sta mettendo in competizione per opprimerci. Questa presa di coscienza può generare un cambio di per sé. È già un passo avanti.

Perché non possiamo cambiare tutto in una volta questo modello economico. Siamo spinti ad essere competitivi, ma questa competizione dovrebbe portarci, allo stesso tempo, a creare ambiti di cooperazione. Perché nella competizione ci sarà sempre qualcuno che perderà.

Il mio dovere dovrebbe essere quello di cooperare con qualcuno che so che non è in grado di vincere. Questo è ciò che stiamo drammaticamente perdendo come praticanti di Teatro dell’Oppresso.

Se il Teatro dell’Oppresso vuole diventare una Pedagogia della Trasformazione, se immaginiamo il Teatro dell’Oppreso come una pratica che cerchi di trasformare la società, queste sono le cose più importanti che dobbiamo comprendere: dobbiamo cooperare, dobbiamo essere tolleranti, dobbiamo accettarci reciprocamente, dobbiamo vedere le differenze come punti di forza, dobbiamo liberarci dall’ego, dobbiamo liberarci dai dogmi e dobbiamo apprendere ad ascoltarci reciprocamente, per sentire quel sentimento di unità che io chiamo spiritualità.

La mia spiritualità non viene da religioni istituzionalizzate. Come dicevamo stamattina la religione è un concetto moderno. Per me la religione istituzionale non è parte nei miei pensieri. La spiritualità è qualcosa dove puoi sentirti parte dell’unità.

Dovremmo sentirci unità con noi stessi, dovremmo sentirci unità con gli spettatori, dovremmo sentirci unità con la nostra comuità. Per trasformarci in una comunità dobbiamo comprendere cosa significa essere unità.

Nella maggior parte dei casi non vedo questa unità tra i praticanti di Teatro dell’Oppresso. Questo rappresenta una grande sfida!

(Intervista e traduzione: Antonio Graziano)

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