“Abbiamo paura di essere liberi. Pensa con quanta forza questa paura è radicata nella mente degli oppressi”.

Così è iniziata alcuni anni fa l’intervista che feci a  Lutgardes (Lute) Freire, figlio di Paulo Freire, l’educatore Brasiliano autore del famoso libro “Pedagogia degli Oppressi”.

Freire trascorse 16 anni in esilio, colpevole di usare l’alfabetizzazione come strumento di liberazione. Il figlio Lute ha vissuto sulla propria pelle la lontananza dal suo paese, ma è stato partecipe delle gioie e delle sofferenze del padre e testimone del cammino di un educatore conosciuto in mezzo mondo.

A: Iniziamo con una lettura di un passo tratto dalla Pedagogia della Speranza, uno degli ultimi libri di Freire. È la storia di una famiglia di maiali che aveva tre figli. Uno di loro era molto curioso ed irrequieto. Un giorno il maialino scappò di casa per andare a conoscere il mondo, però incontrò mille pericoli ed ebbe varie peripezie. Quando tornò a casa, abbastanza malconcio e pronto a ritornare sulla retta via ascoltò le parole del padre:

“Sapevo che lo avresti fatto. Era necessario perché apprendessi che non dobbiamo uscire dai binari. Qualunque tentativo di cambio ci espone a rischi e sofferenze, che hanno alti costi, come è accaduto a te”.

L: Mio padre diceva “chi non rischia non conoscerà mai niente. La vita è un rischio costante. Bisogna rischiare”. In questo modo vinceremo le nostre paure. Anche questo è legato ai meccanismi di oppressione. Il popolo è abituato a non fare domande. È abituato a stare tranquillo. Qualche tempo fa, quando mia madre era ancora viva, avevamo assunto un collaboratore domestico. Quando arrivò a casa gli chiesi “come ti chiami?” e lui rispose “ puoi chiamarmi come vuoi”.

L’oppressione arriva a tal punto che distrugge l’identità di una persona. E questo ha che vedere anche con l’educazione bancaria, ancora molto presente nella nostra società.

A: Cos’è l’educazione bancaria?

L: È l’educazione che dimostra che lo studente non sa niente ed il professore sa tutto. Il professore deposita la conoscenza nella testa degli studenti come se la depositasse in una banca per prelevarla intatta quando serve. C’è ancora molta resistenza a cambiare questo stato di cose.

A: Parlando di cambio, come arrivò tuo padre all’Educazione Popolare? Como prese questa strada “sovversiva” nonostante i limiti storici e culturali del suo tempo?

L: Mio padre veniva da una famiglia molto povera. Conviveva con i bambini di strada. Fin da giovanissimo iniziò a chiedersi il perché delle ingiustizie sociali. All’inizio diceva “io devo andare da questa gente e devo spiegargli che non deve essere povera, che deve cambiare la propria condizione”. Poi si rese conto che in realtà la gente sa di essere povera, sa fare una lettura del mondo in cui vive, non c’è bisogno che qualcuno glielo dica. Abbandonò questa percezione ingenua della realtà sociale ed iniziò a studiare Marx, alla ricerca di una soluzione più profonda.

A: Quanto ha influito l’esilio nella formazione della personalità di Paulo Freire?

L: Lui stesso diceva che l’esilio lo aiutò a comprendere il suo carattere, i suoi pregiudizi. Apprese molto in relazione alla relatività culturale. Tutta la nostra famiglia visse l’esilio come un momento di crescita. Ci avvicinammo alla cultura dell’altro senza perdere la nostra cultura. Quando lasciammo il Brasile, i miei genitori avevano più di 40 anni. Avevano già una vita vissuta alle spalle. Ed avevano molta Saudade del suo paese. In aggiunta, quando mio padre lasciò il Brasile il governo militare iniziò ad usare metodo di alfabetizzazione che lui aveva inventato. Lo purificò dall’aspetto politico e, invece di utilizzarlo come strumento di costruzione di coscienze, lo utilizzò per i propri obiettivi. Fu molto doloroso per mio padre.

A: Como definisci in poche parole l’Educazione Popolare?

L’educazione popolare usa il linguaggio popolare. È, allo stesso tempo, un’educazione culturale. Utilizza le parole provenienti dal linguaggio popolare senza disprezzarlo. Rispettando il mondo da cui proviene senza dimenticare che questo è un momento di inizio per un’elevazione culturale.

L’educazione popolare non può fermarsi solo nell’alfabetizzazione. Bisogna lavorare anche con la post-alfabetizzazione. In altro modo, il popolo non porrà mai fine alla sua oppressione.

A: Com’è cambiata l’educazione popolare nel tempo?

L: In origine l’educazione popolare era uno strumento di resistenza alle dittature militari, al capitalismo. Dopo la caduta del muro di Berlino, non c’è più un nemico. Ma la sfida dell’educazione popolare rimane quella di identificare le classi sociali nella società attuale. Le classi sociali esistono ancora. Il nemico è cambiato ma non siamo alla fine della storia.

Per costruire un mondo differente, dobbiamo essere soggetti della nostra storia.

A: Mi puoi fare un esempio di una lotta sociale che segue il pensiero di Freire?

L: Il Movimento dei Senza Terra (MST) in Brasile tiene una forte influenza del pensiero freiriano. Mio padre incontrò un leader contadino del movimento. Lui diceva “questo leader non si riconosceva come educatore però era un educatore. Durante un’occupazione, dopo aver rotto le recinzioni non si limitò ad occupare la terra. Entrò con gli altri contadini e si riunì con loro, formò un circolo di cultura. Stava educando”.

A: Adesso parliamo un poco di Lute Freire. Come è stata influenzata la tua vita e la tua professione da Paolo Freire?

L: Credo che nel corso della la sua vita mio padre si disse “Io non posso imporre ai miei figli una professione. Non rispetterei la loro libertà”. Mio padre non mi ha mai detto “Lute, tu devi continuare il mio lavoro, tu sei l’ultimo dei figli”. Piuttosto mi diceva: “Io non ti obbligo a fare niente. L’unica condizione che impongo è che lavori con amore. Devi amare gli altri e te stesso. Devi amara la vita”. Fui esiliato con la mia famiglia quando avevo cinque anni. Conobbi fin da piccolo gente di altri paesi. Ho sempre avuto una grande curiosità per comprendere cos’è il potere, cos’è la politica. Per questo, una volta tornato in Brasile studiai sociologia. Mio padre morì nel 1997. L’anno seguente l’Istituto Paulo Freire mi chiese di organizzare e gestire tutto il materiale che aveva lasciato mio padre. Attualmente sono il coordinatore degli archivi che portano il suo nome. A parte la mia professione, la relazione con i miei genitori fu sempre un poco complicata. I miei genitori nacquero nel Nord Est del Brasile agli inizi del secolo scorso. Erano stati educati in una società conservatrice. Nonostante ciò mio padre diceva sempre che nella vita bisogna aggiornarsi continuamente. Non possiamo pensare di fermare il tempo. Diceva “io non sono marxista, io sto essendo marxista”. Il movimento, il cambio, è una condizione perennemente presente nella vita di mio padre. Prima di morire disse “Non voglio essere idolatrato, non voglio essere imitato, non voglio essere copiato, voglio essere reinventato”.